• Simona Di Lucia

Il ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istanbul: un passo indietro per l’umanità

Aggiornato il: mar 24


Il Presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, il 20 marzo 2021, ha annunciato l’uscita dalla Convenzione di Istanbul, perché tale Accordo si porrebbe in conflitto con la “famiglia tradizionale”: la Convenzione in oggetto è stata approvata l’11 maggio 2011, ad Istanbul, in Turchia e ratificata con la legge n. 77 del 27 giugno 2013, dal Consiglio d’Europa. La Convenzione di Istanbul è incentrata sulla prevenzione e sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne: si focalizza, inoltre, sulla prevenzione della violenza domestica, sulla protezione delle vittime e sul perseguimento degli offender. Il Trattato è stato firmato da 34 Paesi, successivamente ridotti a 32, per il forfait della Polonia e la successiva uscita della Turchia.

L’entrata in vigore della Convenzione risale al 1° agosto 2014. Secondo il Governo turco, le leggi nazionali attuali sono sufficienti a tutelare le donne nei vari contesti e nelle differenti situazioni. I dati relativi alla violenza sulle donne, purtroppo, dimostrano che i fenomeni antisociali nei confronti delle stesse sono ancora tanti: in Turchia, dall’inizio del 2021, si registrano circa 78 femminicidi, che si aggiungono alle precedenti 300 uccisioni di donne registrate nel 2020 e ad altre 171 morti sospette di donne, sempre nell’anno 2020. Secondo le statistiche fornite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 38% dei casi, le donne risultano essere vittime di violenza da parte dei partner, almeno una volta nella vita. In Europa, tale percentuale sfiora il 25% dei casi.

La Convenzione di Istanbul è composta da 81 articoli, sezionati in 12 capitoli. L’art. 3 della Convenzione sostiene che:

a) con l’espressione “violenza nei confronti delle donne” si intende indicare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione verso le donne, che comprende tutti gli atti di violenza fondati sul genere, che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere atti, coercizione o privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata;

b) con "violenza domestica" ci si riferisce a tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica, che si verificano all'interno della famiglia, o del nucleo familiare, oppure tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l'autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima;

c) con il termine "genere" si indicano i ruoli socialmente costruiti, comportamenti, attività e attributi che una data società ritenga appropriati per le donne e gli uomini;

d) la "violenza contro le donne basata sul genere" designa qualsiasi violenza diretta contro una donna in quanto tale, o che colpisce le donne in modo sproporzionato.

Quello firmato a Istanbul, nel 2011, è un atto incentrato sul tema del gender e sulle problematiche ad esso connesse, con impostazioni metodologiche e organizzative tese verso un coordinamento in ambito normativo e socio-culturale, che metta il genere in “posizione centrale”, come “cuore pulsante” della Convenzione, al fine di sensibilizzare le istituzioni e l’opinione pubblica dei vari Paesi aderenti, ad azioni contrastive nei confronti dei fenomeni di violenza sulle donne.

Il termine “gender” è un concetto di natura sociologica, che si origina da una corrente di pensiero socio-giuridico-criminologica, che si è sviluppata negli anni ’80 del XX secolo e che è definita come gender studies. Gli studi di genere (o gender studies, come sono definiti nel mondo anglosassone), costituiscono un approccio interdisciplinare e multidisciplinare verso la ricerca di significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere. Un percorso di crescita socio-culturale che si è snodato dagli inizi degli anni ’80, fino ad arrivare all’importante successo della stipula della Convenzione di Istanbul, nell’anno 2011. La mossa a sorpresa della Turchia di defilarsi dall’impegno assunto, come primo Paese firmatario della Convenzione di Istanbul, rappresenta un indubbio passo indietro, che mina alle radici la tutela delle donne nel Paese dello Stretto del Bosforo.

La decisione della Turchia di ritirarsi dalla Convenzione d'Istanbul «è un enorme passo indietro che compromette la protezione delle donne in Turchia, in Europa e anche oltre». Lo afferma il Segretario generale del Consiglio d'Europa, Marija Pejcinovic Buric, dopo l'annuncio di Ankara del ritiro dalla Convenzione per la protezione delle donne dalla violenza.

Con il ritiro della Repubblica di Turchia dalla Convenzione di Istanbul vi è stato un arretramento in materia di diritti che sono stati raggiunti dopo anni di lotte.

Nella stessa Turchia vi sono state molte proteste da parte delle donne, in risposta alla decisione del Governo turco di ritirarsi dall’Accordo del 2011; inoltre, diversi Paesi europei hanno fatto pressioni sul Presidente turco, affinché desistesse dalla sua decisione.

Lo stesso Presidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden, si è detto molto deluso dal ritiro turco, pronunciando testuali parole: «È uno sconfortante passo indietro per il movimento internazionale, per mettere fine globalmente alla violenza contro le donne».

La Turchia è partner associato della Comunità economica europea dal 1963 e nel 1987 fece richiesta di adesione all'Unione. Il riconoscimento ufficiale come Stato candidato all'adesione avvenne, dopo più di un decennio, nel 1999. I negoziati, invece, sono iniziati nel 2005.

Tuttavia, i progressi in merito sono stati molto lenti, per le divergenze tra gli Stati che hanno aderito da diversi anni all’Unione Europea e la stessa Turchia, è stata accusata dalle nazioni europee di violare i diritti umani e di non possedere i connotati di uno Stato democratico; vale a dire quei crismi di democrazia, pace, fratellanza e libertà, che sono alla base dello spirito con cui i Padri fondatori della Comunità Europea decisero di avviare un nuovo corso di unione e rispetto reciproco tra i Paesi della Vecchia Europa, in netta discontinuità con gli orrori e le violenze della Seconda Guerra Mondiale.

Nonostante la Turchia sia un Paese aderente già da diversi anni alla NATO, non mostra, a tutt’oggi, quelle caratteristiche che accomunano nazioni come l’Italia, la Francia, la Germania, i Paesi Bassi, il Lussemburgo, che memori delle contrapposizioni del Secondo Conflitto Mondiale, hanno deciso di dar corso ad una "Nuova Europa", nata dalle ceneri degli orrori della guerra, per assicurare un avvenire di pace, speranza, fratellanza e solidarietà ai popoli della futura Unione Europea. La decisione drastica di Erdogan di ritirarsi dalla Convenzione di Istanbul rappresenta un ulteriore elemento di distanza tra i Paesi del Vecchio Continente e lo Stato del Bosforo.

In Turchia, ancora oggi, permane un enorme divario tra i sessi: le donne occupano una posizione di netta inferiorità, rispetto agli uomini, anche in ragione di quei dogmi patriarcali, frutto di una cultura maschilista, che è alla base del concetto di “famiglia tradizionale” radicata in quel tipo di società. Siamo in presenza di una netta involuzione dei diritti sociali e, nello specifico, dei diritti di gender.

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