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  • Simona Di Lucia

Il caso di Luciano Re Cecconi: fu omicidio o legittima difesa putativa?


Luciano Re Cecconi era una delle icone della Lazio dello Scudetto nella stagione ’73-’74: un “calciatore simbolo”, che a 45 anni dalla sua morte ha lasciato una traccia indelebile nello sport italiano. Il centrocampista dei biancocelesti veniva dalla gavetta: l’atleta, classe 1948, era originario di Nerviano, un piccolo paese della Lombardia, situato a pochi chilometri da Milano, dove, nell’immediato dopoguerra, la vita non era affatto facile.

In giovanissima età, Luciano Re Cecconi, proveniente da una famiglia che versava in ristrettezze economiche, svolse svariati mestieri, ma la sua passione per il gioco del calcio, alla fine, ebbe il sopravvento. La sua carriera calcistica iniziò, tirando i suoi primi calci al pallone sul campetto della squadra dell’Aurora Cantalupo, per poi passare, nel 1965, alla Pro Patria, che ne acquistò il cartellino, facendolo esordire, dopo due stagioni, in Serie C. Le sue doti calcistiche furono ben presto notate da diversi club di categorie superiori. Re Cecconi passò al Foggia, in serie B, sotto la guida dell’allenatore Tommaso Maestrelli, che successivamente lo portò con sé alla Lazio, di proprietà del Presidente italo-americano Umberto Lenzini. Nel 1972, Re Cecconi diventò un nuovo calciatore della Lazio, consacrandosi dopo alcuni anni, con impegno e continuità, come uno dei giocatori più interessanti del panorama calcistico italiano, tanto da essere convocato dal CT della Nazionale Ferruccio Valcareggi, che lo portò in “maglia azzurra”, in occasione dei Mondiali di calcio svoltisi in Germania nel 1974. Luciano Re Cecconi realizzò goal importanti nel Campionato di Serie A, mentre in Nazionale non potè dimostrare le sue doti calcistiche, in quanto gli Azzurri furono subito eliminati dai Mondiali di calcio tedeschi.

Oltre ad essere un ottimo giocatore, Re Cecconi costituiva il prototipo dell’uomo moderato e conciliatore, tant’è vero che nella Lazio di Maestrelli, dove c’erano tante “prime donne”, come Giorgio Chinaglia, Giuseppe Wilson, Luigi Martini e Vincenzo D’Amico, solo per citare alcuni, rappresentava la persona di fiducia del tecnico e della società, per attenuare e risolvere i contrasti, dentro e fuori lo spogliatoio. Proprio per questa sua indole pacifica e riflessiva, Luciano Re Cecconi era soprannominato, nell’ambiente calcistico laziale, “il saggio”.

Un calciatore, la cui carriera sportiva è stata funestata da gravi infortuni e la cui tragica e prematura morte ha gettato nello sconforto, nella stagione calcistica 1976-’77, non solo la tifoseria laziale, ma tutti gli sportivi e gli appassionati di calcio: un’eco che ha travalicato i confini dello sport e che ha investito l’intera nazione italiana, che era immersa nei sanguinosi “anni di piombo”.

I fatti della sera del 18 gennaio 1977, avvenuti nella gioielleria di Bruno Tabocchini, che si trovava in via Francesco Saverio Nitti, al n. 68, nella tranquilla e periferica zona della collina Fleming di Roma, a 45 anni di distanza, risultano tutt’altro che chiari.

Ma procediamo con ordine: nel pomeriggio serale del 18 gennaio del 1977, i calciatori della Società Sportiva Lazio, Pietro Ghedin e Luciano Re Cecconi si recano nella profumeria di un loro amico, Giorgio Fraticcioli, che doveva consegnare dei campioni di profumo ad un gioielliere di sua conoscenza. Il Fraticcioli chiede a Ghedin e Re Cecconi di accompagnarlo e i tre arrivano davanti alla gioielleria di Bruno Tabocchini, che apre loro la porta blindata facendoli entrare poco prima delle ore 19:30. Re Cecconi entra nel negozio con il bavero del cappotto alzato e le mani in tasca. La versione ufficiale è che il calciatore, rivolgendosi al Tabocchini, gli abbia intimato: “Fermi tutti, questa è una rapina!”.

Il gioielliere – che circa un anno prima era stato vittima di una rapina, nel corso della quale aveva ferito un rapinatore, facendolo arrestare – sentendosi in pericolo, estrae un revolver calibro 7.65, puntando l’arma verso Ghedin, che istintivamente estrae le mani dalle tasche, ma quando Tabocchini punta la pistola verso Re Cecconi, quest’ultimo non è altrettanto pronto ad togliere le mani dalle tasche del cappotto. Dall’arma del gioielliere viene esploso un colpo che trafigge il petto di Re Cecconi, che cadendo a terra pronuncia le seguenti parole: “Era uno scherzo! Era solo uno scherzo!”, prima di accasciarsi al suolo.

Ghedin, voltandosi verso il suo amico, gli intima di rialzarsi, perché lo scherzo è terminato, ma si accorge che vi è un flusso di sangue che fuoriesce dal torace di Re Cecconi. Sul posto interviene una pattuglia della polizia che si trovava per strada, nei pressi della gioielleria. Re Cecconi viene condotto all’ospedale San Giacomo della capitale, dove viene portato immediatamente in sala operatoria, ma alle ore 20:04 è dichiarato morto. In brevissimo tempo, la notizia della sua morte viene comunicata ai compagni di squadra, al Presidente Umberto Lenzini e ai suoi amici. Ghedin, presente assieme a Re Cecconi nella gioielleria, in preda alle convulsioni e in stato di shock, soltanto dopo ore riuscirà a deporre, raccontando la sua versione dei fatti. Il gioielliere Bruno Tabocchini viene arrestato con l’accusa di "eccesso colposo di legittima difesa".

Dopo diciotto giorni di detenzione, il gioielliere è processato per direttissima e assolto per “aver sparato per legittima difesa putativa”. Infatti, quando sussistono i requisiti inerenti alla "legittima difesa putativa", non esiste l'antigiuridicità del soggetto che reagisce ad un aggressione di un altro soggetto. Può succedere, però, che in ragione di un errore di fatto, un individuo si senta minacciato mentre il pericolo non sussiste. Si parla, in tale fattispecie, di "legittima difesa putativa". I giudici decisero di assolvere l’imputato per “legittima difesa putativa”, ritenendo che l’errore in cui era incappato non fosse dettato da colpa, ma da un fraintendimento della situazione.

Intervistato dal giornalista RAI, Giuseppe Marrazzo, che gli chiedeva come mai non avesse riconosciuto il famoso calciatore della Lazio, Luciano Re Cecconi, il gioielliere dichiarò di non essere un appassionato di calcio e che non sapeva assolutamente chi fosse e che volto avesse il giocatore a cui aveva sparato.

La Procura di Roma decise di non presentare ricorso, in opposizione all’opinione del Pubblico Ministero Franco Marrone, che in seguito affermò: «La motivazione della sentenza è stata giuridicamente e tecnicamente scorretta. Il Tribunale pervenne al suo convincimento omettendo di valutare dovutamente tutti gli elementi emersi».

Sono tante le contraddizioni e i "buchi neri" in questa tragica situazione: il Re Cecconi si trovò nel posto sbagliato, al momento sbagliato. Inoltre, il Tabocchini ha potuto usufruire delle pressioni portate avanti dalla "lobby dei gioiellieri", che trovarono un “capro espiatorio” proprio in Re Cecconi, in virtù del fatto che in quello specifico periodo storico erano molte le rapine che le gioiellerie subivano.

Il giornalista Maurizio Martucci, nel suo libro “Non scherzo”, mette in forte dubbio l’ipotesi che Luciano Re Cecconi avesse voluto fare uno scherzo di questo tipo, poi finito in tragedia: «Luciano Re Cecconi non pronunciò mai quella parola fantomatica “Fermi tutti, questo è uno scherzo”! E a dirlo, oltretutto, non sono io, ma fu proprio il gioielliere, perché in fase istruttoria, dinanzi a chi indagava su quel delitto assurdo, lo stesso gioielliere disse – questo è riportato a verbale – “Re Cecconi non ha fatto nulla per potere intimare uno scherzo, per poter fingere una rapina”».

Sulla stessa linea di pensiero del Martucci si pone l’ex terzino sinistro della Lazio, nonché amico del Re Cecconi, Luigi Martini: «Ma io mi feci da subito l’idea che era impossibile che fosse stato uno scherzo. Prima perché io conoscevo molto bene Luciano: eravamo veramente intimi; lui era da noi tutti soprannominato “il saggio”, proprio perché era lui che criticava i nostri atteggiamenti un po’ goliardici di quel periodo. Luciano era, poi, una personalità schiva. Non avrebbe mai e poi mai non solo organizzato uno scherzo, come ho letto da qualche parte, prima nel negozio del profumiere, ma soprattutto non lo avrebbe improvvisato». Un altro suo ex compagno di squadra laziale, il centrocampista Vincenzo D’Amico aggiunge: «Allora, quello che è successo in quella gioielleria non si saprà mai, perché nessuno, anche i presenti…, nessuno è riuscito a dare una spiegazione. Io non credo che lui sia entrato, dicendo “Questa è una rapina!”, come hanno raccontato per giustificare "Pecos Bill", il gioielliere».

Ma c’è di più! Il giornalista Martucci si sofferma su un aspetto molto interessante dei fatti romani del 18 gennaio 1977: «E poi, un altro aspetto molto importante che è emerso anche nei giornali dell’epoca, che addirittura parlavano – e questa è la voce del Pubblico Ministero, quindi della Pubblica Accusa – che a fare lo scherzo non fosse stato Cecco, l’angelo biondo, ma addirittura il gioielliere. Quindi, il gioielliere vedendo entrare nella gioielleria Re Cecconi in compagnia di un suo amico, perché non dimentichiamoci: il profumiere Fraticcioli era un suo amico (del gioielliere Tabocchini – nda), lui stesso avesse intimato lo scherzo nei confronti di Cecco».

Di tutt’altro parere è il giornalista romano Franco Melli, che sostiene: «Lui (riferendosi alla morte di Luciano Re Cecconi – nda) era morto per gioco, perché secondo la ricostruzione, proprio – le prime ricostruzioni che per me sono rimaste quelle buone –, lui era entrato con questo bavero alzato, con Ghedin vicino, dicendo “Fermate tutti, questa è una rapina”».

La tesi dello scherzo è sostenuta anche dal capitano della Lazio e compagno di squadra di Luciano Re Cecconi, Pino Wilson: «Non posso pensare che ci sia stato un movente che ha spinto il gioielliere a sparare o a puntare la pistola, prima su Piero e poi su Luciano. Io credo che si sia trattato di uno scherzo, ahimè, che non andava e che non era di voga – di moda –, in quel periodo, perché ovviamente il contesto sociale parlava molto chiaramente: era un periodo in cui gli assalti alle gioiellerie erano all’ordine del giorno».

Dopo aver posto sul tappeto le differenti versioni di alcuni protagonisti di quel periodo – ricordiamo che anche l’allora Segretario del Partito Socialista Italiano, Bettino Craxi, si espresse su tale vicenda, affermando: «Non si spara al cuore di una persona a occhi chiusi per aver agito in stato di legittima difesa putativa». Mentre il Presidente della Commissione Giustizia del Senato Giancarlo De Carolis espresse un parere opposto: «È stata una sentenza coraggiosa, perché attraverso un procedimento logico è stata correttamente applicata una norma fondamentale –, si pongono ai lettori degli interessati interrogativi:

1) È possibile che Luciano Re Cecconi si sia comportato in modo avventato, ponendo in essere un atto tanto pericoloso, quanto insensato, solo per fare uno scherzo, in un periodo così violento e delicato per la Repubblica italiana?

2) Si può credere al gioielliere Bruno Tabocchini, quando afferma che non sapeva chi fosse e che volto avesse Luciano Re Cecconi, perché non era un appassionato di calcio?

3) La sua assoluzione per “legittima difesa putativa” ha messo in conto la precisione con cui il gioielliere Bruno Tabocchini ha sparato a Luciano Re Cecconi, colpendolo in un punto vitale del suo corpo?

4) Si può parlare di giustizia, riferendoci a questa sentenza di assoluzione per “legittima difesa putativa” dell’imputato?


Lasciamo a chi legge l’ultima parola!


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