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  • Simona Di Lucia

Stereotipi di genere: nuovi modelli d’analisi


Per stereotipo, dal greco stereòs, che vuol dire “rigido”, e tupòs, che significa “impronta”, s’intende un’opinione comune, che risulta il frutto di generalizzazioni, spesso schematiche e rigide, che non tiene conto delle differenze dei singoli individui.

Lo stereotipo di genere definisce la dicotomia maschile/femminile: quindi, ciò che una persona dovrebbe essere in base al proprio genere. Nello specifico, quali comportamenti siano legati alle femmine e quali risultano legati ai maschi.

Per la psicologia sociale, lo stereotipo di genere costituisce un insieme rigido di credenze condivise e trasmesse socialmente, su quelli che sono e devono essere i comportamenti, il ruolo, le occupazioni, i tratti, l’apparenza fisica di una persona, in rapporto alla sua appartenenza di genere. La mancanza di conformità a tali aspettative fa sì che le persone interessate siano ritenute o giudicate come “poco femminili” o “poco mascoline”. Lo stereotipo, quindi, risulta essere il prodotto di una “costruzione sociale”, data da una standardizzazione di comportamenti e di ruoli legati al gender.

Il retaggio di una cultura patriarcale fa sì che ancora oggi si associ al maschio, fin da bambino, un’attività di carattere intellettivo rispetto alla femmina, le cui attività sono legate, sin dall’infanzia, maggiormente alla “cura” (es. della casa, della famiglia, ecc.). Ancora oggi, la nostra società risulta intrisa di stereotipi di genere: in riferimento alle rappresentazioni di genere legate a stati di vita pre-adolescenziali, si può notare che se si entra in un negozio di giocattoli, si può osservare, sin da subito, una rigida separazione in aree ludiche di genere: un’area composta principalmente da giocattoli femminili, che sono maggiormente proiettati verso la “cura” e il benessere della domus, mentre un’altra area è composta da giocattoli maschili, dove risultano presenti dei giochi di natura intellettiva. Per cui i bambini sono “guidati” da subito a selezionare e “scandire” determinati ruoli. Quindi, sin dai primi passi esistenziali, uomo e donna risultano connessi a ruoli opposti, sviluppando dei “gap di genere” che col passare degli anni si divaricano in modo siderale, proiettando i maschi in posizioni sociali nettamente più favorevoli rispetto alle femmine.

Le rappresentazioni sociali costituiscono degli strumenti utilizzati per costruire un “senso della realtà” e, quindi, risultano legate a codici culturali, sessuali e sociali. La società ha imposto per secoli alla donna una funzione bio-sociale di carattere matriarcale: essa è stata vista come l’angelo del focolare, obbediente e sottomessa, nei confronti del maschio; di conseguenza, gli stilemi sociali maschili hanno proiettato per secoli il vir verso una funzione lavorativa più dinamica rispetto alla donna: l’homo oeconomicus ha rappresentato, per tantissimo tempo, il deus ex machina delle società antiche, moderne, ma anche contemporanee.

Nonostante i cambiamenti sociali intervenuti negli ultimi sessant'anni e le conquiste femminili che si sono realizzate, soprattutto dopo l’avvento del ’68, i ruoli di genere socialmente costruiti e cristallizzati in comportamenti associati ai maschi e alle femmine, in un dato contesto storico-sociale e in un determinato assetto economico-culturale, risultano sostanzialmente identici a quelli del passato. D’altro canto, la democrazia, la modernizzazione e la cultura di massa, hanno in larga parte contribuito ad una contaminazione dei ruoli sociali. Ciò non è bastato ad assicurare un’omogeneità e una parità dei ruoli sociali di genere: c’è ancora molta strada da percorrere!

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