• Simona Di Lucia

John Gotti: l’ultimo padrino di New York

Aggiornato il: mar 27


Il 10 giugno 2002, in un pomeriggio come tanti, si spense, a causa di un tumore alla gola, a Springfield (Missouri), presso il Centro Medico Statunitense per i Prigionieri Federali, il mafioso italo-americano John Joseph Gotti Jr.

John Gotti, figlio di genitori originari di San Giuseppe Vesuviano, in provincia di Napoli, successivamente trasferitisi negli Stati Uniti d’America, iniziò giovanissimo la propria “carriera criminale”. Gotti nacque nel 1940, nel Bronx, un quartiere difficile di New York: all’età di 12 anni, a seguito del trasferimento della sua famiglia a Sheepshead Bay, John e i suoi fratelli, Peter e Richard, si affiliarono ad una gang locale.

Nell’estate del 1955, a seguito di un tentativo di furto di un miscelatore di cemento, Gotti si procurò lo schiacciamento di un piede, perché il macchinario si ribaltò. In ragione di tale incidente, fu costretto ad assumere un’andatura claudicante per il resto della sua vita. Nel 1962, Gotti sposò Victoria DiGiorgio, con la quale diede alla luce cinque figli. Le gesta criminali di John Gotti con la potentissima famiglia mafiosa dei Gambino, operante a New York, cominciarono col furto di un quantitativo di merce dall’aeroporto di Idlewild (successivamente rinominato aeroporto internazionale John F. Kennedy), all’esterno del Bergin Hunt e dal Fish Club a Ozone Park, nel Qeens.

Gotti fu arrestato molte volte nel corso della sua vita, e fu imprigionato nei penitenziari federali di diversi Stati, per alcuni reati gravi, come quello di omicidio non premeditato, in rapporto alla morte, nel 1973, in un locale di Staten Island, di James McBratnay, un malavitoso statunitense di origini irlandesi, che aveva rapito ed ucciso Emmanuel Gambino, nipote di Carlo Gambino. Tuttavia, l’uccisione di McBratnay fu decisiva per la sua scalata criminale, all’interno della famiglia malavitosa dei Gambino, nel corso degli anni ’70.

Un evento devastante scosse la vita di John Gotti e di sua moglie, all’inizio del nuovo decennio: il 18 marzo 1980, Frank Gotti, figlio dodicenne della coppia, fu investito e ucciso, sulla sua minimoto, da un vicino di casa, il cui figlio era suo amico. La polizia ritenne John Favara non responsabile dell’incidente, che fu ufficialmente classificato come accidentale e non fu mossa nessuna imputazione contro di lui. Il 28 maggio dello stesso anno, Victoria DiGiorgio, mamma del ragazzo morto, aggredì Favara, colpendolo con una mazza da baseball e ferendolo seriamente. Favara non denunciò la signora Gotti e decise di andare via da Howard Beach. In seguito, però, secondo l’FBI, il 28 luglio 1980, Favara fu rapito ed ucciso da componenti della banda di Gotti, mentre lui e sua moglie erano fuori città; nel gennaio 2009, un collaboratore di giustizia rivelò che Favara venne sciolto nell’acido mentre era stipato in un barile.

L’efferato omicidio di Favara, come il precedente di McBratnay, fa capire quanto fosse spietato e determinato il futuro “re di New York”: il passo da gangster a padrino fu breve. Nel 1985, precisamente, nella sera del 16 dicembre, davanti all’ingresso del prestigioso ristorante Spark Steaks House, sulla quarantaseiesima strada, a Manhattan, venne ammazzato il boss Costantino Paul Castellano, detto “Big Pauly” assieme al suo guardaspalle Tommy Bilotti. A capeggiare il commando fu Richard Cucklinski, meglio conosciuto come “Iceman”. L’omicidio fu commissionato da Gotti, con la complicità di Sammy Gravano, Frank De Cicco, Lenny Di Maria e Pinay Armone. Tale cospirazione spianò la strada del potere criminale a John Gotti, su tutta New York City: Gotti, da quel momento in poi divenne “The King of New York”.

John Gotti, però, doveva fare i conti con l’FBI che lo teneva da tempo sotto sorveglianza elettronica. Il “re di New York” era molto scaltro e la polizia faticò a trovare delle prove che lo incriminassero, nonostante fossero state piazzate alcune microspie, in molti dei luoghi frequentati dal super-boss. Una di queste intercettazioni, avvenuta nel 1990, riguardava un nastro dove Gotti discuteva il numero degli omicidi ed altre attività criminali, al alta voce, con i suoi soci. L’11 dicembre 1990, gli agenti dell’FBI e i detective di New York City effettuarono un’irruzione nel Ravenite Social Club ed arrestarono Gotti, Gravano, Frank Locascio e Thomas Gambino. Gotti fu accusato di 13 omicidi (includendo Paul Castellano e Thomas Bilotti), cospirazione per commettere omicidio, usura, racket, ostacolo alla giustizia, gioco d’azzardo illegale, evasione fiscale. Gotti fu condotto nella Corte distrettuale per il Distretto orientale di New York, sotto il giudice Leo Glasser.

Le prove che il procuratore federale esibì furono schiaccianti: ad inchiodarlo furono non solo le registrazioni su nastro ma anche le deposizioni contro di lui, di due testimoni chiave: quella di Philip Leonetti, un caporegime della famiglia criminale di Philadelphia e quella di Sammy Gravano, il caporegime di Gotti, che acconsentì volontariamente a testimoniare contro il suo boss. John Gotti fu mandato nel penitenziario statale a Marion (Illinois), dove era tenuto in cella per 23 ore al giorno. Dopo 4 giorni, suo padre morì a causa di un arresto cardiaco.

Gotti fu anche aggredito violentemente, nel corso della sua detenzione, da Walter Johnson, un detenuto afro-americano che il boss newyorkese poi cercò di far eliminare, offrendo 100 mila dollari alla Fratellanza ariana (una gang neonazista carceraria statunitense): tentativo poi fallito. Dopo qualche anno, calava il sipario su un’autentica “icona” della malavita statunitense: un’esistenza travagliata e al tempo stesso romanzata, che per certi versi somiglia in modo impressionante a quella del famigerato gangster di Chicago, Al Capone, italoamericano, e di origini campane, come John Gotti.

«L’ultimo padrino» rappresentò, negli anni ’80 ed inizio ’90, la stilizzazione post-moderna del gangsterismo americano degli anni ’20-’30. Non è un caso che la stessa "cultura di massa" sia stata influenzata dal look, dallo stile sgargiante e dai modi eleganti di Gotti. Lo stesso Andy Warhol, geniale ed eclettico artista americano, il 19 settembre 1986 realizzò diverse copertine di alcuni volti famosi per il “Time”, tra cui fece scandalo quella di John Gotti. Anche Hollywood si è occupata del Padrino newyorkese: nel 2018, il regista statunitense Kevin Connolly diresse il film “Gotti-il primo padrino” (Gotti), interpretato dal mito del cinema americano, John Travolta; il grande Robert De Niro impersonò il mafioso Paul Vitti, nel film “Terapia e pallottole” (Analyze This), diretto, nel 1999, da Harold Ramis: il mafioso interpretato da De Niro si ispirava inequivocabilmente a John Gotti. Inoltre, l’attore statunitense Armand Assante interpretò il personaggio di John Gotti, nel film per la tv “Gotti”, del 1996.

L’immagine mitica che il “boss elegante” ha conservato negli ambienti malavitosi, rappresenta il riflesso di un’America distopica e frammentata, in cui male e bene, luci ed ombre, odio e amore sono due facce della stessa medaglia: le contraddizioni di un’America ricca e, al tempo stesso, violenta e oscura mostrano la fragilità di un sistema, in cui, da un lato, ‘O Malamente viene riverito e rispettato, anche dopo la sua morte, durante i suoi funerali in “stile Padrino, Don Vito Corleone”. Dall’altro lato, vi è un’altra America che vuole liberarsi al più presto del ricordo di questo suo “eroe malefico” e ingombrante, e delle scorie che le sue azioni hanno lasciato.


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Simona Di Lucia

Criminologa Investigativa e Forense

© Federica Lamagra. All rights reserved

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