• Simona Di Lucia

La jihad ai tempi del Covid-19

Aggiornato il: giu 2


Il modello di vita statico e allo stesso tempo dinamico, imposto dell’avvento della pandemia, fa sì che cambino anche le dinamiche dei processi socio-antropologici della contemporaneità.

Nell’ambito di tali processi sono da ricomprendere, le diverse questioni geopolitiche e gli elementi legati a fenomeni eversivi o, in generale, terroristici.

Allorchè si fa riferimento al termine “terrorismo”, è necessario rapportarsi ad una definizione del 1937, della Società delle Nazioni, che definiva, in tal modo, un certo tipo di azioni: fatti criminali diretti contro lo Stato, in cui lo scopo è quello di provocare terrore nella popolazione o in gruppi di persone[1].

Il fondamentalismo si nutre di miti e di riferimenti ideologici a cui guardare: non fa eccezione a tale regola il fondamentalismo islamico; figure carismatiche come Osama Bin Laden, capo di Al-Qaeda, o Abu Bakr Al-Baghdadi, leader di Daesh (fondatore nel 2014 dell’Islamic State), rappresentano, agli occhi degli integralisti, degli eroi, oltre che dei simboli a cui rapportarsi, contro la manipolazione, l’influenza, il dominio degli “infedeli”, che sarebbero gli occidentali e, in opposizione al sistema economico fondato sul capitalismo e sull’imperialismo, teso – a loro dire – verso lo sfruttamento e l’oppressione ai danni delle popolazioni mediorientali.

Lo psicologo statunitense Rensis Likert[2], negli anni ’60 del XX secolo, ha individuato quatto stili di leadership:

1- autoritario-minaccioso;

2- autoritario-benevolente;

3- il consultativo;

4- il partecipativo.

Osama Bin Laden e Al-Baghdadi appartengono al primo stile di leadership, vale a dire l’autoriario- minaccioso, ossia colui che prende tutte le decisioni autonomamente, in merito agli scopi da raggiungere in un determinato tempo, dopodiché comunica tali decisioni al gruppo.

I movimenti jihadisti, con i loro rispettivi leader, hanno imparato velocemente la lezione offerta dalla società liquida e hanno esteso il proprio raggio d’azione in aree che neanche loro avrebbero mai creduto di raggiungere. Indubbiamente, alla fase della propagazione dei dati e delle informazioni doveva seguire, nell’ottica violenta e di terrore propugnata da questi gruppi estremisti, una fase di pianificazione di azioni stragiste, che dovevano poi materializzarsi in atti concreti di natura omicida ed antisociale.

Il terrorismo di matrice salafita ha proiettato, con tutta la sua forza devastante, i propri effetti sul campo di battaglia urbano, con una risonanza globale, nella città di New York, simbolo di quella globalizzazione e di quell’imperialismo americano che rappresentano l’emblema del “nemico occidentale”. In tal senso, i due aerei della morte, abbattutisi l’11 settembre 2001, sulle Twin Towers, hanno provocato una devastazione nel centro economico e commerciale del mondo: il fuoco, il fumo, il sangue, le urla di dolore e di disperazione delle vittime, hanno costituito un elemento di fusione col cemento e l’acciaio degli aerei e degli enormi grattacieli, sbriciolatisi come neve al sole, costringendo la società occidentale ad un completo ripensamento delle strategie di intelligence da attuare contro un nemico agguerrito ed imprevedibile, che aveva fatto della ground zero newyorkese, l’alfa e l’omega del tempo e dello spazio, ad inizio del XXI secolo.

Allo stesso modo, gli attentati a Charlie Hebdo e al Bataclan di Parigi, hanno portato il terrore e la morte nel cuore dell’Europa, che rappresenta sempre il nemico occidentale, ma con declinazioni diverse – imperialismo nel caso degli USA, colonialismo per quel che riguarda la Francia –, rispetto agli Stati Uniti d’America: nulla sarà più come prima, dopo gli attentati in Occidente; queste rappresentazioni della violenza reiterate, protratte, dall’uso enfatico che i media ne hanno fatto, hanno scatenato una sorta di sociologia del terrorismo. L’eco delle stragi jihadiste è stato propagato attraverso una spettacolarizzazione mediatica del terrore, tramite immagini e sequenze, mostrate sugli schermi televisivi e su piattaforme intermediali, dove una “violenza filtrata” ha colpito gli spettatori, oltre che le stesse vittime fisiche degli attentati.

Gli esponenti di Al-Queda e quelli dell’Islamic State hanno adottato delle strategie rivolte ad un utilizzo sistematico, quasi militare, dei mezzi di comunicazione: internet è diventato un mezzo per diffondere in tutto il pianeta e in tempo reale, l’operato degli jihadisti, per affiliare e reclutare un numero sempre più elevato di seguaci. Nella società della comunicazione intermediale, quindi, attraverso canali mediatici, si riescono a veicolare messaggi ad un numero considerevole di persone. L’uso della violenza rappresenta un elemento caratterizzante del processo di formazione dello “jihadista tipo”: questo “processo di formazione” violento e anti-democratico tende a creare, molto spesso, delle separazioni anche tra individuo e individuo, soprattutto all’interno dei generi. Infatti, vi è una sensibile divaricazione tra il ruolo dell’uomo e quello della donna, all’interno dell’organizzazione dello Stato Islamico.

Le donne risultano relegate sullo sfondo, assieme ai propri figli, in una dimensione più che secondaria, dove gli uomini hanno le redini della situazione e programmano anche il “ruolo femminile”: l’universo femminile all’interno dell’islam radicale, è totalmente privo di un potere decisionale ed è escluso da ogni tipo di scelta. Le donne rimangono pressoché invisibili, continuando ad essere delle vittime di violenza e di terrore, piuttosto che essere protagoniste delle loro vite. D’altro canto, vi è un numero sempre crescente di donne, proveniente da ogni spazio del mondo, le quali scelgono di entrare a far parte dell’Islamic State.

Anche ai tempi del coronavirus, questo dislivello sociale e culturale tra uomo e donna risulta essere evidente: anzi, il lockdown, soprattutto in determinati contesti, legati a regole rigidamente patriarcali, annienta il ruolo della donna ed estremizza esponenzialmente quello dell’uomo. Il nemico è sempre in agguato, quindi, anche in questi tempi di coronavirus: il terrorismo rappresenta una grossa minaccia alla nostra sicurezza nazionale, ed a seconda dei tempi e degli spazi, oltre che delle differenti situazioni, tali movimenti potranno rigenerarsi per fa sì che le loro azioni terroristiche possano trovare applicazione all’interno dei differenti campi d’azione, tracciati da nuovi leader, in nuovi “viaggi iniziatici”, che la “rete” o la società liquida impongono.

Nel periodo del Covid-19, i movimenti jihadisti effettuano una sorta di radicalizzazione online, cominciando a pensare alle varie strategie da attuare. Lo Stato Islamico considera il coronavirus “un soldato” di Allah, pronto a combattere contro i “nemici miscredenti”. Il Covid-19, quindi, viene considerato una “punizione divina” ed un’opportunità per colpire gli infedeli e varie fatwa invitano i “membri infetti” ad agire come “ordigni umani” verso i nemici. Non si creda, perciò, che quegli stessi movimenti che hanno devastato, con subdoli attentati, varie aree del pianeta, amino stare, oggi, alla finestra, ad aspettare il corso degli eventi. A tal proposito, è necessario, da parte dell’intelligence, creare delle idonee fasce di sicurezza, che si rapportino a questi tempi di pandemia, dove le incognite sono all’ordine del giorno; ci si dovrà dotare di un apparato di sicurezza che dovrà essere capace di recepire e di filtrare dati ed informazioni, poiché c’è una sovrapposizione e confusione, in merito a due differenti nemici invisibili: da una parte il Covid-19 che implica un’assunzione di responsabilità da parte di tutto il mondo e dall’altra il pericolo del terrorismo islamico che può inserirsi in ogni falla di carattere istituzionale o sociale per sferrare i suoi colpi imprevedibili e, allo stesso tempo, micidiali.

Naturalmente, questi estremismi fanno da contraltare ad un islam moderato che si propone di contrastare il radicalismo islamico in tutte le sue forme ed esternazioni. Ed è proprio con l’aiuto degli islamici moderati che, fortunatamente, rappresentano la stragrande maggioranza, che si può trovare quella necessaria coesione, frutto di sinergie sociali, culturali, religiose e istituzionali, atte a combattere quei radicalismi ed estremismi, che si propongono di separare e spezzare i vincoli sociali di solidarietà, di fratellanza e di amicizia, in una società multiculturale e multietnica.

[1] M.Fossati, Terrorismo e terroristi, Mondadori, Milano 2003. [2] M. Grasso, Parole e paroloni di management. Storia, parole, e protagonisti del pensiero manageriale, FrancoAngeli, Milano 2002.


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Simona Di Lucia

Criminologa Investigativa e Forense

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