• Simona Di Lucia

Raffaele Cutolo: il capo della NCO tra carcere, potere e mistero


Mercoledi 17 febbraio 2021 è morto Raffaele Cutolo, ricoverato nel reparto ospedaliero del carcere di Parma. Il boss era detenuto in regime di carcere duro ed era il più anziano recluso al 41 bis. Seppure le sue condizioni erano precarie da diverse settimane, il Tribunale di Sorveglianza di Bologna non ha optato per la sua scarcerazione, in quanto ha ritenuto che Cutolo rappresentava, seppur anziano, malato e in cella, ancora un simbolo di riferimento per la criminalità organizzata.

Il boss, nato ad Ottaviano, in provincia di Napoli il 4 novembre 1941, da Michele Cutolo e Carolina Ambrosio, aveva due fratelli, Pasquale e Rosetta Cutolo, i quali hanno seguito le “gesta criminali” del fratello Raffaele. Cutolo è stato legato sentimentalmente a diverse donne e nel 1983 sposò Immacolata Jacone, riconoscendo due figli, Roberto, nato dalla breve relazione con Filomena Liguori e, Denise, avuta con la signora Jacone, mediante l’inseminazione artificiale, nel 2007. Il padre di Cutolo era un contadino mezzadro, vessato dai soprusi dei patronati locali.

Raffaele Cutolo svolse in gioventù vari lavori come garzone, presso botteghe di artigiani del luogo, ma al tempo stesso entrò da subito in contatto con ambienti criminali. Fu il boss napoletano Alfredo Maisto, che aveva aiutato suo padre in precedenza, ad avviarlo e ad introdurlo nel mondo criminale partenopeo, esercitando un ascendente su di lui e sul suo futuro modus operandi criminoso.

Un'altra figura di rilievo, che esercitò una grande influenza sul futuro padrino della NCO, fu Vittorio Nappi, detto “o' studente e o' signurino”: Raffaele Cutolo, oltre ad ammirarne le imprese criminali, abbracciò l’ideologia pseudoumanitaristica del boss di Scafati e ne imitò i comportamenti. Cutolo, infatti, durante la sua permanenza in carcere era solito leggere dei libri, da questo il soprannome di o’ professore, dispensando consigli e raccomandazioni agli altri detenuti, così come aveva fatto, in precedenza, don Vittorino Nappi.

Una svolta importante per la carriera criminale di Cutolo si ebbe il 24 febbraio 1963, quando il futuro boss della NCO, a soli 22 anni, ammazzò Mario Viscito, un ragazzo di Ottaviano, durante una lite. Cutolo sfoderò una pistola e sparò più volte contro il Viscito, uccidendolo e dandosi alla macchia, per poi presentarsi due giorni dopo, presso una caserma dei Carabinieri. Il giovane omicida, a causa di questo reato fu condannato all’ergastolo, pena ridotta in appello a 24 anni di reclusione, da scontare all’interno del carcere di Poggioreale. Nel corso della detenzione nel penitenziario partenopeo, Cutolo sfidò a duello il superboss camorristico Antonio Spavone, che non si presentò allo scontro con la “molletta”, perché aveva ricevuto dall’allora Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, la grazia, per gli atti eroici che aveva compiuto durante l’alluvione di Firenze nel 1966, allorquando era incarcerato nel penitenziario delle Murate.

Il mancato duello all’arma bianca tra o’ malommo e don Raffaele fece guadagnare a quest’ultimo una grande notorietà all’interno del carcere di Poggioreale, con il conseguente rispetto nei suoi confronti, da parte di molti detenuti. Proprio nel corso della detenzione nell’istituto di pena di Poggioreale nacque nel 1970 la Nuova Camorra Organizzata, conosciuta anche con l’acronimo NCO: un’organizzazione di carattere criminale, di stampo camorristico, che si ingrandì in modo esponenziale agli inizi degli anni ’80, coinvolgendo gli altri clan camorristici in sanguinose faide. Questo sodalizio criminale annoverava circa 5.000 affiliati ed era basato su una gerarchia piramidale e paramilitare, con rituali di ispirazione massonica. Gli affiliati avevano le seguenti denominazioni: picciotto, camorrista, sgarrista, capozona e santista. Al vertice di tale organizzazione vi era solamente Raffaele Cutolo, soprannominato “Vangelo”, assistito nelle "gesta criminali" dalla sorella Rosetta, che come don Raffale era tanto spietata quanto determinata nell’assumere decisioni sulla vita o sulla morte di chi si era macchiato di uno “sgarro”.

L’adesione alla NCO era ricompensata attraverso un ritorno economico: i proventi delle attività illegali erano ripartiti tra gli autori, ed inoltre fu creata una cassa comune che serviva al mantenimento delle famiglie dei carcerati ed al pagamento degli studi dei loro figli più capaci. La struttura della NCO e il relativo rito di affiliazione furono forniti a Cutolo dal boss della ‘ndrangheta Paolo De Stefano, in cambio dell’uccisione del suo rivale, in quel periodo detenuto a Poggioreale, Domenico Tripodo.

Nel 1970, Cutolo venne scarcerato per decorrenza dei termini e quando la Corte di cassazione confermò la condanna, don Raffaele si diede alla latitanza fino al 1971. Tornato nell’istituto di pena di Poggioreale, Cutolo vi rimase fino al 1977, fino a quando la sentenza della Corte d’Appello riconobbe al boss l’infermità mentale. In conseguenza di ciò, il boss venne trasferito nel manicomio giudiziario di Aversa, da cui evase in modo spettacolare nel 1978. Cutolo, con la complicità dei sui affiliati fece piazzare una carica di nitroglicerina sulle mura esterne dell’edificio, che furono squarciate dall’esplosione, permettendo la fuga del superboss.

Durante la latitanza Cutolo avviò legami per il commercio di cocaina con la malavita pugliese, con la ‘ndrangheta e con le bande lombarde di Vallanzasca e Turatello. In brevissimo tempo, la NCO riuscì ad infiltrarsi in tutti i settori nevralgici dell’economia campana e grazie alla complicità di politici e amministratori locali, riuscì ad usufruire dei Fondi CEE, destinati ai produttori di conserve.

Il 15 marzo 1979, Cutolo venne scoperto e catturato in un casolare di Albanella, in provincia di Salerno, dove aveva vissuto indisturbato per molti mesi ed effettuato spostamenti nei paesi limitrofi. Successivamente, la coppia di contadini, proprietaria del casale dove il professore si era nascosto, venne uccisa, probabilmente per evitare che si svelassero tante dinamiche sulla latitanza del boss e sulla rete di contatti di chi gli aveva fatto visita, durante il periodo della sua permanenza ad Albanella.

Nel 1980, il boss comprò dalla vedova del principe Lancillotti, il castello Mediceo ad Ottaviano, ad un prezzo di 270 milioni di lire. L’accrescimento esponenziale del potere della NCO procurò, però, a Raffaele Cutolo e ai suoi affiliati, l’ostilità delle famiglie della vecchia camorra campana e della mafia. Per contrastare il potere economico-criminale di don Raffaè, si costituì la Nuova Famiglia o NF, rappresentata da Lorenzo Nuvoletta, Carmine Alfieri, Michele Zaza ed Antonio Bardellino, fondatore del clan dei Casalesi.

La lotta per la conquista del potere criminale fu spietata, alla stregua di una guerra civile: le vittime della guerra di camorra furono 295 nel 1981, 273 nel 1982 e 280 nel 1983. Si trattò di una vera e propria carneficina, che si concluse con la sconfitta della NCO: nel 1982, infatti, le attività della NCO subirono un brusco arresto. Il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, fu decisivo in questo processo contrastivo al crimine organizzato capeggiato da Cutolo: Pertini chiese con forza il trasferimento del boss camorristico, dal carcere di Ascoli Piceno a quello di massima sicurezza dell’Asinara. Il passaggio all’istituto di massima sicurezza dell’Asinara determinò il tramonto di don Raffaele.

Senza contatti con l’esterno diventò impossibile, per Cutolo, pianificare e gestire la guerra di camorra. La graduale perdita di potere del boss, originario di Ottaviano, si verificò soprattutto in conseguenza della graduale mancanza di appoggio da parte del potere politico. Infatti, vi era stata una vera e propria connivenza tra alcuni esponenti della Democrazia Cristiana e il capo della NCO, che nel 1981, quando era detenuto nel carcere di Marino del Tronto ad Ascoli Piceno incontrò alcuni membri della DC e rappresentanti dei Servizi Segreti italiani, che chiesero la sua collaborazione in conseguenza del rapimento ad opera delle Brigate Rosse, dell’assessore democristiano Ciro Cirillo, avvenuto il 27 aprile del 1981. Sono ancora tanti i punti oscuri, relativi a questa vicenda, su cui vi sono stati molti misteri e depistaggi, ma don Raffaele, al di là di riferimenti generici a collusioni tra mafia, camorra e politica, non ha mai voluto rilasciare dichiarazioni ufficiali, che avrebbero potuto chiarire e definire meglio quei fatti di natura storica, politica e criminale.

La figura di Raffaele Cutolo ha avuto una grande influenza nell’immaginario collettivo, caratterizzando criminologicamente una determinata epoca ed "affascinando" giornalisti, scrittori, cineasti e cantautori. Il giornalista Enzo Biagi, nell’intervista “dietro le sbarre” a Raffaele Cutolo, assieme al figlio Roberto (ucciso a Tradate, in provincia di Varese, per ritorsione, da alcuni affiliati della ‘ndrangheta, il 19 dicembre 1990), affermò che «negli ambienti penitenziari lo chiamavano ancora o’ professore perché contava più del Ministro della Giustizia» e aggiunse, inoltre, che «Raffaele Cutolo, aveva, e forse lo ha conservato, l’istinto del mecenate: nella prigione dove arrivava lui migliorava immediatamente il rancio degli ospiti, altro che le riforme».

Lo scrittore e giornalista Raffaele Marrazzo scrisse su Cutolo il romanzo “Il camorrista, vita segreta di don Raffaele Cutolo”, da cui venne tratto il film del regista Giuseppe Tornatore, nel 1986, dal titolo “Il camorrista”. Inoltre, il cantautore Fabrizio De Andrè scrisse la canzone “Don Raffaè”, inserita nell’album “Le nuvole” del 1990 che, si dice, sia stata ispirata alla figura di Raffaele Cutolo.



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